Approfondimenti - Associazione Mamma Margherita

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MAMMA MARGHERITA, MADRE E MAESTRA DEL SISTEMA PREVENTIVO

Nel gennaio del 2008, Don Pietro Polo Piras, fondatore e presidente della nostra associazione, ha realizzato un documento su Margherita Occhiena, madre di don Bosco e nostra ispiratrice. 

"In principio c’era una madre …
Margherita è il nome della mamma di Don Bosco, una mamma doc, che ha fatto da padre e da madre a colui che nel campo dell’educazione ha meritato, sul campo, il titolo di “padre degli orfani”, l'appellativo di “padre e maestro della gioventù”.
Margherita è la madre del grande educatore capace di far breccia nel cuore dei ragazzi, anche i più discoli, tanto da poter pretendere da loro, con sincerità e verità, “chiamatemi padre e ne sarò felice”.
Margherita è stata certamente colei alla cui scuola don Bosco ha attinto, vitalmente e concretamente, i principi fondamentali del suo metodo Preventivo, basato su Ragione, Religione e Amorevolezza, perché lei è stata la sua prima maestra di vita, una maestra presente lungo tutto l’arco della sua esistenza terrena.
Alla scuola della madre, Giovanni Bosco ha sperimentato che l’educazione autentica è frutto di un amore a tutto campo, amore offerto e percepito (Amorevolezza).
Alla scuola della madre ha imparato che l’educazione esige l’accompagnamento progressivo dell’educando in un clima di dialogo motivante regole e scelte di vita (Ragione), ma vissuto in un climaspirituale, in cui il ragazzo percepisce la presenza di un Dio vicino e amico dell’uomo (Religione).
Tale è il metodo educativo, che Don Bosco stesso ha definitivo Preventivo, metodo sempre attuale anche in un mondo dove Dio sembra assente e dove scarseggiano figure educative forti, capaci di affiancarsi, con discrezione, ai giovani testimoniando con la vita i valori che intendono trasmettere.
Margherita però non fu solo la madre di Don Bosco, ma, dietro la sollecitudine del figlio, divenne la prima collaboratrice nella sua missione educativa, la madre, riconosciuta come tale, dei primi ragazzi orfani e poveri, accolti a Valdocco."

Puoi consultare tutto il documento cliccando qui 



TUTELA DEI MINORI: PRESA IN CARICO E AFFIDO 

La legge 4 maggio 1983, n.184 «Diritto del minore ad una famiglia» e successive modificazioni, nell’affermare il principio che ogni minorenne ha diritto di crescere ed essere educato nell’ambito della propria famiglia, prevede che, nel caso in cui un minorenne sia temporaneamente privo di un ambiente familiare idoneo, lo stesso venga affidato ad una famiglia o ad una persona singola in grado di garantirgli il mantenimento, l’educazione, l’istruzione e le relazioni affettive di cui ha bisogno o, qualora questo non sia possibile, che venga inserito in una Comunità di tipo familiare. 
L'articolo 4 specifica che «L'affidamento familiare è disposto dal servizio sociale locale, previo consenso manifestato dai genitori o dal genitore esercente la responsabilità genitoriale, ovvero dal tutore, sentito il minore che ha compiuto gli anni dodici e anche il minore di età inferiore, in considerazione della sua capacità di discernimento. Il giudice tutelare del luogo ove si trova il minore rende esecutivo il provvedimento con decreto. Ove manchi l'assenso dei genitori esercenti la responsabilità genitoriale o del tutore, provvede il Tribunale per i minorenni».

L’affidamento per i minorenni può essere fatto quindi presso una famiglia o in mancanza presso una comunità di tipo familiare. Nel caso di affidamento consensuale o di decreto (del T.M) di affidamento giudiziale, senza alcuna decadenza di potestà, le scelte ordinarie relative al minore sono prese dalla famiglia affidataria o dal legale rappresentante della Comunità, mentre l’Ente Locale supervisionerà il progetto del minore e anche della famiglia d’origine, per favorirne il rientro presso di questa.
L'affidamento cessa con provvedimento della stessa autorità che lo ha disposto, valutato l'interesse del minore, quando sia venuta meno la situazione di difficoltà temporanea della famiglia d'origine che lo ha determinato, ovvero nel caso in cui la prosecuzione di esso rechi pregiudizio al minore.

Disposizioni che consentono all'autorità pubblica e all'autorità giudiziaria l’allontanamento di un minore dalla propria famiglia d'origine sono contenute tanto nel codice civile quanto nella legge sulle adozioni, n. 184 del 1983. In particolare, la riforma di quest'ultima, realizzata dalla legge n. 149 del 2001, è intervenuta anche sulle previsioni del codice. In primo luogo, per quanto riguarda il codice civile, l'art. 330 disciplina l'ipotesi più grave, di allontanamento del minore per decadenza dalla responsabilità genitoriale e quella, meno grave e più frequente, l’art.333 di condotta pregiudizievole ai figli, che giustifica comunque la misura dell'allontanamento. La competenza di decretare la limitazione o decadenza dalla responsabilità dei genitori è attribuita dall'art. 38 delle disposizioni di attuazione del codice civile al Tribunale per i minorenni.

L’art. 403 del Codice Civile assicura la protezione dei minori quando un tempestivo provvedimento del giudice non sia possibile:
“Quando il minore è moralmente o materialmente abbandonato o è allevato in locali insalubri o pericolosi, oppure da persone per negligenza, immoralità, ignoranza o per altri motivi incapaci di provvedere all'educazione di lui, la pubblica autorità, a mezzo degli organi di protezione dell'infanzia, lo colloca in luogo sicuro, sino a quando si possa provvedere in modo definitivo alla sua protezione.”

La responsabilità della presa in carico dei minori è attribuita ai Comuni.
Le rilevazioni di stati di malessere o disagio dei minori è materia esclusiva del Servizio Sociale (SS), le cui funzioni si incarnano nella figura dell’Assistente Sociale (AS), la quale viene a conoscenza di condizioni pregiudizievoli mediante segnalazione:

1. Inviata dalla scuola o altra istituzione educativa. La scuola è un osservatorio privilegiato delle condizioni di rischio e pregiudizio.
Indicatori rilevabili dalla scuola: sintomi di maltrattamenti (traumi, contusioni, lesioni); rilevazioni, verbali o scritte, di episodi di maltrattamento o abuso; segnali di grave trascuratezza (malnutrizione, assenze continue, negligenza nelle cure); indicatori di un possibile abuso sessuale (comportamenti sessualizzati, disegni e affermazioni, conoscenze inadeguate all’età). Vi possono poi essere anche segnali di disagio più ambivalenti e di difficile lettura come: segnali di disagio emotivo del bambino, igiene approssimativa, scarsa autonomia del bambino, difficoltà nelle relazioni con l’altro, compiti trascurati o corredo scolastico incompleto, ritardi sistematici, aspettative eccessivo o atteggiamenti di squalifica dai genitori.

2. Da parte di altri SS o Servizi Sanitari. 
L’AS deve verificare con il segnalante se i genitori sono informati e d’accordo; esaminare i segnali di rischio, disagio o pregiudizio, se è possibile suggerire al segnalante di far rivolgere direttamente la famiglia al SS. Qualora la collaborazione con i genitori non sia praticabile, procede con l’invio di una segnalazione scritta al SS e alla Procura.

3. Da parte delle forze dell’ordine o Autorità Giudiziaria. 
Obbligo di segnalazione alla Procura del TM e di denuncia del reato: gli incaricati di pubblico servizio hanno l’obbligo di segnalazione delle situazioni di abbandono di minori, se vi è conoscenza di reati a danno di minori la segnalazione deve essere inviata direttamente dalle forze dell’ordine che informeranno la Procura che poi incaricherà il SS di svolgere un’indagine sociale.

4. Richiesta spontanea della famiglia, dei parenti, conoscenti o vicini di casa

Il SS accoglie la richiesta inviata dalla Procura e assolve all’onere di redare un’indagine sociale, incentrata sull’assessment (valutazione) dei bisogni del minore e della sua famiglia, e individua le risorse da coinvolgere nel progetto d’aiuto:

• Assessment della motivazione riguarda la disponibilità ad attivarsi per migliorare la situazione. Si possono focalizzare i segnali di sofferenza, di rischio e gli elementi protettivi per l’evoluzione del minore.

• Assessment dei bisogni 
 1. bisogni del minore: salute, quanto è necessario per la crescita fisica e mentale; istruzione, comprende tutte le aree dello sviluppo cognitivo del minore; sviluppo emotivo e comportamentale, è legato al tipo e alla qualità delle relazioni di attaccamento primario, alle caratteristiche di temperamento del minore, alla capacità di adattarsi al cambiamento e di rispondere allo stress; identità, sviluppo del senso di sé come individuo; relazioni familiari e sociali, sviluppo dell’empatia e di avere un rapporto stabile e significativo con i genitori e con gli altri importanti; acquisizione delle norme sociali; abilità nel prendersi autonomamente cura di sé, competenze pratiche, emotive e comunicative per una sempre maggiore autonomia; 
2. funzioni dei genitori in relazione ai bisogni del minore: accudimento di base, provvedere ai bisogni fisici e di cure adeguate; sicurezza, adeguata protezione al minore; calore emotivo, i genitori dovrebbero rispondere ai bisogni emotivi del minore e fargli avere relazioni sicure, stabili e affettivamente significative; stimoli, dovrebbero incentivare l’apprendimento e lo sviluppo intellettivo; guidare e porre confini, far imparare al minore a regolare le proprie emozioni e il proprio comportamento per fargli sviluppare un proprio modello di valori morali e un comportamento sociale adeguato; stabilità, assicurare un ambiente familiare sufficientemente stabile per fargli mantenere un attaccamento sicuro con gli adulti di riferimento; 
3. fattori familiari e ambientali che incidono sul soddisfacimento dei bisogni di crescita del minore: funzionamento della famiglia, è influenzato da chi vive in casa e da come si rapportano col minore o da eventuali cambiamenti nella composizione del nucleo; famiglia estesa, anche persone legate al nucleo ma senza vincoli di parentela; abitazione, se dispone delle dotazioni di base; lavoro, che lavoro fanno i membri della famiglia; reddito, il reddito disponibile o i sussidi; integrazione sociale della famiglia, il contesto di vicinato, la comunità locale e il loro impatto sul nucleo e il grado di integrazione; risorse della comunità locale, servizi presenti nella zona.

Cosa si intende per pregiudizio?
Per pregiudizio si intende una condizione di particolare e grave disagio e disadattamento, non transitorio, che può sfociare (o lo è già) in un danno effettivo alla salute psico-fisica del minore. Possono essere condizioni di:

trascuratezza grave: grave e persistente negligenza o incapacità di proteggerlo dai pericoli, dal freddo o dalla fame. 
Possono essere: trascuratezza fisica: rifiuto o ritardo nel fornire cure mediche o nel lasciarlo da solo, vestirlo in modo inadeguato, disattenzione ai pericoli, non risposta alle necessità primarie; trascuratezza nell’istruzione: inadempienza scolastica, mancata iscrizione, mancato coinvolgimento, opposizione all’istruzione; trascuratezza emozionale: disattenzione alle necessità affettive e insufficiente sostegno emotivo.

Maltrattamento: non più omissioni ma comportamenti attivi. Possono essere: maltrattamento fisico: ricorso sistematico alla violenza; maltrattamento psicologico: svalutazione del minore, continui rimproveri, isolamento forzato, minacce verbali, umiliazione…; vi rientra anche il maltrattamento assistito cioè far assistere al minore a scene di violenza tra i genitori o tra genitori e fratelli;abuso sessuale: coinvolgimento del minore in attività sessuali anche senza violenza esplicita.

  • Assessment delle condizioni di pregiudizi. La situazione di pregiudizio va concepita come una combinazione sfavorevole tra condizione del bambino, capacità di accudimento/protezione da parte della famiglia e dell’ambiente.

Il progetto di aiuto: con l’assessment si ricostruisce e analizza la situazione del minore e della sua famiglia. Il progetto di aiuto riguarda l’insieme coordinato delle azioni finalizzate a promuovere il benessere del minore e a rimuovere la situazione di rischio o pregiudizio in cui si trova. Il progetto segue uno schema:
1. finalità generali e obiettivi da raggiungere;
2. azioni previste e tempi di realizzazione, prevedendo: interventi e prestazioni realizzati dai SS, sanitari e educativi tramite propri operatori e/o azioni dei genitori, dei familiari o altre persone disponibili;
3. definizione delle responsabilità degli attori coinvolti;
4. criteri e tempi di verifica: incontri di monitoraggio e verifica con una periodicità definita e dichiarata.

L’elaborazione del progetto dovrebbe essere concordata con i diretti interessati e con la loro collaborazione. Importante è definire i modi, i tempi e i luoghi di ascolto del minore e di coinvolgimento della famiglia.

Progetto educativo individuale (PEI): viene elaborato se il progetto di aiuto prevede l’affidamento familiare o l’inserimento in una comunità educativa o familiare, anche in questo caso deve essere fatto assieme al minore e alla sua famiglia (se possibile). La stesura è fatta dagli educatori della comunità in collaborazione con l’AS del SS entro i primi mesi di accoglienza. Il Progetto educativo individuale deve essere parte integrante del progetto di aiuto complessivo. Gli educatori devono fornire sostegno al minore ma anche promuovere la ripresa delle funzioni genitoriali da parte dei genitori al fine di far rientrare il minore in famiglia. La permanenza del minore in comunità non dovrebbe superare i due anni se la sua età è inferiore ai 14 anni. La comunità deve contribuire alla preparazione delle dimissioni e seguirlo nel primo periodo successivo.
Nel progetto vengono indicati: l’operatore della struttura responsabile del progetto; gli obiettivi di medio e lungo termine, la definizione degli interventi e delle modalità di attuazione; come verranno mantenute e facilitate le relazioni con la famiglia d’origine; quali servizi collaborano alla realizzazione degli interventi; la definizione dei tempi; tempi e modi per il monitoraggio e la verifica; tempi e modi per la conclusione del progetto.



CENTRO PER LA FAMIGLIA CON SPORTELLO D'ASCOLTO E SPAZIO NEUTRO

Lo Spazio Neutro dell’Associazione Mamma Margherita si propone come “un contenitore qualificato” alla gestione degli incontri tra il minore e i suoi genitori e/o altre figure adulte di riferimento: uno spazio e un tempo intermedi, lontani dal quotidiano; uno spazio che non appartiene ad alcuno dei contendenti; uno spazio dove la presenza di operatori adeguatamente formati assuma la funzione di sostegno emotivo al minore e faciliti il concretizzarsi delle condizioni per un incontro positivo, privilegiando gli aspetti di accoglienza, comprensione e contenimento, supporto pedagogico-educativo, oltre che di osservazione e monitoraggio circa l’andamento degli incontri stessi.

Il servizio promuove interventi rivolti alla realizzazione di un maggiore benessere familiare, basati sulla valorizzazione del dialogo e sulla comunicazione positiva al fine di migliorare le relazioni. L’intervento è rivolto in particolare alle famiglie che abbiano necessità di sostegno su tematiche educative e relazionali nel rapporto genitori-figli.
Dal 2011 l’Associazione mette a disposizione uno Spazio Neutro, spazio accogliente e rassicurante per lo svolgimento degli incontri tra minori e genitori o altri adulti di riferimento, all’interno di una cornice neutrale e sospesa dal conflitto familiare.

Lo Spazio Neutro è un progetto che prevede l’attivazione di un servizio per il diritto di visita e di relazione e offre un supporto specialistico al lavoro dei Servizi Sociali.
Intervento professionale e temporaneo nella presa in carico della situazione familiare, lo Spazio Neutro è un luogo dedicato alla realizzazione degli incontri tra il minore e i suoi genitori e/o altre figure adulte di riferimento. Tale spazio diventa una risorsa significativa in caso di allontanamento del minore dal nucleo familiare, successivo a provvedimenti di affido, separazione conflittuale o altre vicende critiche familiari.

L’Associazione Mamma Margherita evidenzia l’importanza del lavoro di rete tra i Servizi coinvolti nel caso in questione. Si parla di sinergia, parola greca che significa lavorare con, lavorare insieme; è la reazione di due o più agenti che lavorano assieme per produrre un risultato che non sarebbe ottenibile singolarmente.
Nel progetto di Spazio Neutro, né gli operatori dell’Associazione, né il Servizio Sociale, singolarmente, otterrebbero i risultati raggiungibili lavorando insieme. Significa che non è sufficiente che funzionino gli incontri di questo servizio, ma è necessario che il genitore/adulto coinvolto affronti positivamente anche i percorsi avviati al di fuori di esso con la rete dei Servizi. E’ importante dunque che gli incontri di Spazio Neutro si svolgano con puntualità, che il genitore/adulto riesca a giocare e a stare bene col figlio, come è altrettanto importante che impari e riesca a stare bene con se stesso per poter vivere, di conseguenza, positivamente la relazione con il minore.

Lavorare in rete consente l’individuazione di obiettivi condivisi e mirati, con tutti i servizi coinvolti; permette di conoscersi tra i diversi professionisti che collaborano nella presa in carico e di riconoscersi nel proprio ruolo, perché ogni componente della rete è importante allo stesso modo, per la realizzazione del progetto. Il lavoro di rete ha una buona riuscita se è caratterizzato da uno scambio di informazioni; la condivisione di quello che avviene dentro e fuori dallo Spazio Neutro è significativa. Tali informazioni possono essere utili nella gestione dell’incontro o anche, semplicemente, consentono di capire le ragioni di uno stato d’animo o di un determinato comportamento da parte del genitore o del minore. La circolarità delle informazioni, il dirsi tra le parti cosa succede è utile e consente una miglior riuscita dello Spazio Neutro, i cui tempi possono diventare più brevi, con una ricaduta positiva anche sui costi.

Il ricorso allo Spazio Neutro, oltre che da considerazioni di opportunità formulate dai Servizi Sociali stessi, nell’esercizio dell’autonomia prevista dalle norme vigenti e con il consenso degli interessati, può essere imposto con decreto dagli organi giudiziari, quindi utilizzato in forma coattiva, sia dal Tribunale per i Minorenni che dal Tribunale Ordinario.
Nel rispetto della propria missione l’Associazione Mamma Margherita pone al centro di ogni intervento il minore ed il suo diritto a costruire e/o mantenere legami con le figure familiari di riferimento.
Il focus del servizio di Spazio Neutro è l'incontro tra figlio e genitore che per diversi motivi deve avvenire in ambito protetto così come richiede un decreto dell'Autorità Giudiziaria. La creazione di tale protezione è ad esclusivo interesse del benessere del minore ed essa viene esercitata grazie alla presenza attiva di un operatore durante la visita in spazio adeguato. 



CONVEGNO ITINERANTE E INTERATTIVO "SCUOLA ATTIVA E INCLUSIVA - DALLA NEUROTIPICITA' ALLA NEUROVARIETA'"

L’11 settembre 2015, dalle ore 8 alle ore 18, presso l’Istituto Agrario “Duca degli Abruzzi” di Elmas, si è tenuto il Convegno “Scuola attiva e inclusiva – Dalla neurotipicità alla neurovarietà”. L’evento, patrocinato dall’Ufficio Scolastico per la Regione Sardegna e dal Comune di Capoterra, è organizzato dal Centro Phare, dalla Direzione Didattica 1° Circolo di Capoterra e dal Liceo Scientifico "Mossa" di Olbia, in collaborazione con l'Associazione My Learning Style, gli artisti Zaza Calzia e Roberto Desiato.

Questri gli obiettivi del Convegno: 
  • sensibilizzare il mondo della scuola sul bisogno e sull’importanza di percorsi formativi continui e mirati, rivolti ai docenti e ai Dirigenti Scolastici, capaci di creare nuovi dinamismi all’interno dell’Istituzione Scolastica e dei gruppi di lavoro dei docenti;
  • riflettere sul passaggio dalla neurotipicità alla neurovarietà, attraverso la neurodiversità: passaggio necessario e auspicabile per costruire una cultura scolastica che sia strumento di inclusione per tutti;
  • consentire ai partecipanti di sperimentare in prima persona e in modalità laboratoriale le difficoltà dell’apprendimento e il conseguente vissuto di inadeguatezza scolastico;
  • riflettere sulla necessità di un’azione e di una prospettiva sistemica nella quale una scuola inclusiva sia promotrice di sinergie a favore dell’integrazione, del successo scolastico e della lotta alla dispersione. 
 

L'idea di questo incontro formativo, svoltosi in precedenza anche a Olbia e a Nuoro, nasce dalla constatazione dei continui cambiamenti nel mondo della scuola e le nuove scoperte scientifiche nel campo delle neuroscienze, aspetti accrescono la consapevolezza che la neurodiversità rappresenta un’opportunità per superare la logica, oggi non più sostenibile, della diversità come problema.
    




BISOGNI EDUCATIVI SPECIALI

Nel mese di gennaio l'Associazione Mamma Margherita propone un intervento formativo destinato alla crescita professionale del proprio personale educativo, "Bisogni Educativi Speciali con particolare riferimento ai Disturbi Specifici dell'Apprendimento". Le giornate formative hanno la finalità di fornire indicazioni operative di natura metodologica e didattica e condividere riflessioni di natura pedagogica per promuovere l’inclusione scolastica degli alunni in situazione di difficoltà. Obiettivo di tale corso è il conseguimento di conoscenze e competenze orientate al “saper fare” che consentano l’applicazione delle metodologie più efficaci negli interventi educativo-didattici rivolti ad alunni con bisogni educativi speciali. Per la realizzazione del progetto di formazione e di aggiornamento in oggetto sono previsti 8 incontri di 4 ore ciascuno, per un totale di 30 ore. La responsabile del progetto è la Dr.ssa Sabrina Cesetti (Psicologa, Psicoterapeuta). 
Le giornate di formazione e aggiormento sono organizzate dal Centro Phare. Vedi il sito.

Per altre informazioni clicca qui.



COLLABORARE PER CRESCERE  

È uno scambio di esperienze, di percorsi, di storie: il connubio che vede insieme l'associazione Mamma Margherita e l'Anffas è questo e molto altro. Il condividere gli spazi aiuta i nostri ragazzi ospiti a conoscere e capire come funziona una realtà come l'Anffas, impegnata nella difesa dei diritti dei ragazzi speciali e nelle azioni di integrazione.
Siamo due realtà apparentemente diverse, ma accomunate da tante battaglie!

Da alcuni mesi un ragazzino, ospite della Comunità alloggio residenziale, partecipa ai progetti di integrazione proposti dall'Anffas e tenuti nella loro sede. Attualmente è impegnato, con frequenza bisettimanale, nel "Progetto Serre", che si attua in un agriturismo e che vede i ragazzi coinvolti trasformarsi in veri agricoltori. Il nostro minore ha un ruolo rilevante nell'attuazione delle fasi in serra, rappresentando una sorta di tutor rispetto agli altri partecipanti.
Così come l'Anffas ospita un nostro ragazzo, noi  accogliamo un loro giovane che, accompagnato da una tutor, si occupa della pulizia di alcuni ambienti. Per sua scelta aiuta l'ausiliaria che si prodiga amorevolmente nel tenere in ordine la casa dei nostri minori.

Grazie a questa esperienza di mutuo aiuto cerchiamo di far capire ai nostri ragazzi che conoscere la diversità è il modo migliore per imparare a non averne paura.



AFFIDO FAMILIARE

Si è svolto martedì 18 novembre presso la sala consiliare del Comune di Sestu il seminario “Con l’affido familiare puoi cambiare il suo futuro”, organizzato dalla FIDAPA (Federazione Italiana Donne Arti Professioni e Affari) con la collaborazione del Comune di Sestu, il Centro Affidi Interistituzionale della Provincia di Cagliari e il Tribunale per i Minorenni di Cagliari. Il seminario voleva approfondire le tematiche relative all’affido familiare, le opportunità e le esperienze della famiglia affidataria.
L’incontro è stato aperto dai saluti di Ida Gasperini (Presidente sezione FIDAPA di Sestu), del Sindaco di Sestu Aldo Pili, di Rosalba Crillissi (Presidente FIDAPA distretto Sardegna) e dell’Assessore Politiche Sociali di Sestu Anna Crisponi.
Tre i relatori: Maria Crescenza Deplano, responsabile del Centro Affidi, che ha presentato un resoconto sul modello e l’esperienza del centro Affidi; Francesca Manunta, assistente sociale di Sestu, che ha riportato una relazione di Francesca Santoboni, psicoterapeuta presso il settore politiche sociali di Sestu, “Cercasi famiglia in prestito”; Roberto Orrù, giudice onorario del Pool Adozioni – Tribunale per i minorenni di Cagliari, ha infine esposto il suo lavoro “Il minore nell’affido: individualità, complessità, responsabilità”.
A chiudere il seminario due importanti testimonianze: due famiglie che, in tempi e con modalità diverse, hanno accolto, rispettivamente, un’adolescente e un bambino.
Al seminario erano presenti anche due nostre educatrici.

Ma cos’è l’affido?
L'affido è un provvedimento di accoglienza temporanea rivolto ai minori con difficoltà familiari e si ottiene su disposizione dei servizi sociali, tenendo conto della indicazioni dell'Autorità Giudiziaria.
Attraverso l'affido il minore incontra una famiglia che, accogliendolo nella propria casa e nella propria vita, si impegna ad assicurare un'adeguata risposta ai suoi bisogni affettivi, educativi, di mantenimento ed istruzione nel totale rispetto della sua storia individuale e familiare.

L'affido familiare è caratterizzato da alcune specificità:
• è una situazione di temporaneità: la durata dipende dal tipo di difficoltà presenti nella famiglia di origine e il rientro del minore in essa è legato al superamento degli ostacoli che ne hanno creato la necessità;
• è un affiancamento alla famiglia naturale del minore in difficoltà da parte di una famiglia disponibile e non si tratta di una sostituzione di affetti perché, in tutti i casi, è garantito il mantenimento dei rapporti con la famiglia d'origine;
• in tutti i percorsi di affido è previsto il rientro del minore nella propria famiglia.

L'affido familiare e l'adozione sono due percorsi completamente diversi e non sovrapponibili:
• l'affido è un percorso temporaneo in cui è previsto il ritorno del minore nella famiglia d'origine e presuppone il mantenimento dei rapporti con essa durante l'intero percorso;
• l'adozione è un processo in cui vengono definitivamente interrotti i rapporti con la famiglia naturale;
• l'affido non cambia la natura giuridica del rapporto del minore e i suoi genitori;
• con l'adozione il minore diviene a tutti gli effetti figlio della nuova coppia, di cui acquisisce il cognome.

Il minore è il protagonista principale dell'affido: tale percorso nasce proprio con l'intento di salvaguardare i suoi bisogni e le sue necessità fisiche, psicologiche, affettive e relazionali.
Quando la sua famiglia temporaneamente non può soddisfare tali bisogni morali e materiali, l'affido può rappresentare una risposta e una opportunità di crescita preziosa.
I destinatari dell'intervento di affido possono essere neonati, bambini e adolescenti, e comunque, non oltre la maggiore età. Nelle variegate esperienze di vita dei minori, che necessitano di essere affidati, può esserci la necessità di particolari cure sanitarie o una condizione di disabilità. L'affido può essere disposto anche in favore di minori ospiti di comunità e/o case famiglia al fine di offrire esperienze di relazioni significative e ridurre il rischio di istituzionalizzazione.




STORIA DEI DISTURBI DELL'APPRENDIMENTO (DSA)

In Italia è in corso un diffuso dibattito culturale e scientifico sui disturbi specifici dell’ apprendimento (DSA), stimolato ulteriormente dalla recente promulgazione della Legge n° 170 del 8 ottobre 2010 (Nuove norme in materia di disturbi specifici di apprendimento in ambito scolastico). La rilevanza dell’argomento è dovuta alla prevalenza dei DSA (oscillante tra il 2,5 e il 3,5 % della popolazione in età evolutiva), alle conseguenze che questi disturbi determinano a livello individuale, traducendosi spesso in un abbassamento del livello scolastico conseguito (con frequenti abbandoni nel corso della scuola secondaria di secondo grado) e a una conseguente riduzione della realizzazione delle proprie potenzialità sociali e lavorative. 

Nonostante un numero così elevato di bambini e ragazzi interessati da queste difficoltà, di dislessia si parla ancora poco ed è necessario diffondere le giuste informazioni tra le famiglie e i docenti. Si tratta di disturbi che coinvolgono trasversalmente i servizi sanitari specialistici e la scuola: entrambe queste istituzioni sono sollecitate a fornire risposte adeguate ai bisogni dei soggetti con DSA.

Sconosciuti ai più, i disturbi specifici di apprendimento comprendono la Dislessia, la Disortografia, la Disgrafia e la Discalculia. 
La principale caratteristica di questi disturbi è la loro specificità, ovvero il disturbo interessa una singola abilità scolastica (lettura, scrittura e/o calcolo) a dispetto di una intelligenza nella norma. Questi disturbi hanno un'origine neurobiologica e si manifestano in età evolutiva, rendendo spesso molto faticoso e in salita il percorso e il successo scolastico. Ad esempio, i bambini dislessici, hanno difficoltà a leggere in maniera corretta e fluente, confondono le lettere dell'alfabeto, soprattutto quelle simili (b-d), possono mostrare difficoltà nel memorizzare le sequenze dei mesi e dei giorni della settimana. A scuola e a casa, possono avere una mancanza di interesse nei confronti delle attività di lettura, mostrano problemi con l'ortografia, scrivono numeri e lettere in maniera sbagliata, possono essere molto lenti nello scrivere e avere una scarsa concentrazione.

Gli studi specifici di questi disturbi si intensificano fra la fine degli anni 50 e gli inizi degli anni 60 del secolo scorso quando nascono le prime definizioni cliniche relative ad un insieme di disturbi nei quali non sembrava compromessa l'intelligenza. Negli U.S.A. si parlava di "Disfunzione celebrale minima" e veniva suggerito il trattamento farmacologico con sostanze psicostimolanti. Nel 1968 l'Office of Education statunitense parla di "Specific Learning Disabilities" riferendosi a disordini nella comprensione o nell'uso del linguaggio, parlato o scritto, che si manifesta con incapacità di ascoltare, parlare, leggere, esprimersi in maniera corretta nella forma scritta o eseguire calcoli matematici.

Oggi sappiamo che se non esistano metodi di "prevenzione " dei DSA è però fondamentale riconoscerli al loro primo manifestarsi per consentire un migliore recupero. Opportuni interventi, individuali o di gruppo, e un forte lavoro sulla stima di se e la motivazione al successo del soggetto interessato sono le strategie più incisive per affrontare il problema; è fondamentale che il bambino/ragazzo acquisisca metodi e strumenti per poter affrontare in completa autonomia compiti senza l'aiuto di altre persone.

Genitori, insegnanti ed educatori possono osservare delle difficoltà di apprendimento (campanelli d'allarme) anche in bambini molto competenti, tranne:

- Un più lento sviluppo del linguaggio del bambino;
- Una lettura lenta, stentata quasi sillabando;
- Molti errori di lettura ed inversioni di lettere (alcuni esempi: scambiare “b” con “d”, difficoltà con “l” o “r”, “b pronunciato come “p”);
- Scrittura lenta, con notevoli errori ortografici, inversioni di lettere e/o con una scrittura quasi incomprensibile;
- Si impiega molto tempo per svolgere i compiti a casa, fattore non spiegato dalla difficoltà dei compiti;
- In Matematica può esservi una forte lentezza nel fare i conti;
- Difficoltà di memorizzazione nei calcoli automatici (come 5+5=10; 50+50=100; 6*6=36);
- Scarsa attenzione e concentrazione nello studio;
- Poca motivazione ed inefficace metodo di studio.

Da sottolineare che queste problematiche assumono rilevanza quando un bambino risulta in difficoltà rispetto ai suoi compagni di classe.

 
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